I ragazzi di via Buonarroti 29

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venerdì 5 marzo 2010

Leonardo Sciascia e la cultura del '900

Articolo pubblicato su "Nuova Secondaria" N.9 Maggio 2004 Anno XXI
L'articolo che segue lo scrissi in occasione della presentazione del progetto "Leonardo Sciascia e la cultura del Novecento". Elaborai questo progetto per l'Associazione Amici di Leonardo Sciascia di cui ero Consigliere; era nostra intenzione presentare nelle scuole un autore spesso dimenticato o relegato nell'angusto spazio di scrittore di mafia. Lui, un gigante della letteratura italiana contemporanea! Furono anni di intenso lavoro e di passione civile: realizzammo il progetto a Todi, a Perugia, in Sardegna, a Milano. Ovunque ottenemmo risultati insperati. La scuola era ancora piuttosto vivace, gli studenti curiosi, gli insegnanti disponibili. Nulla a che vedere con l'attuale desertificazione.
A breve pubblicherò sul blog l'intero progetto e chissà se ancora non ci sia, in qualche angolo nascosto di un'Italia malconcia, qualche scuola disposta a farlo suo.

Leonardo Sciascia e la cultura del Novecento
Un Progetto per la scuola promosso dall’Associazione Amici di Leonardo Sciascia
di Massimo Sestili

Premessa
Condensare nello spazio di un articolo l’opera e il pensiero di Leonardo Sciascia è impresa quanto mai ardua, sia per la quantità degli interessi e degli stimoli che induce e sollecita, sia per la qualità delle sue riflessioni, che non possono prescindere dalle vaste letture e dal serrato confronto che ha intessuto negli anni con i più grandi scrittori del Settecento, dell’Ottocento e del Novecento, tanto da formare una fittissima trama di rimandi intertestuali per sua natura affascinante ma evidentemente complessa e spigolosa. Da questa difficoltà discende la necessità di dover rintracciare nella vasta produzione sciasciana una melodia costante e coerente che sorregga i molteplici controcanto formati dalle singole opere, soprattutto quelle polemiche. La melodia tematica principale nel pensiero di Sciascia è senz’altro la giustizia, con tutte le implicazioni di ordine etico, politico e letterario che tale problematica comporta. A ben vedere, anche i sette moduli interdisciplinari che compongono il Progetto presentato dalla nostra Associazione nelle scuole, pur nella loro articolazione tematica che cerca di abbracciare le aree di maggiore interesse di Sciascia, presuppongono o esplicitamente contengono il tema della giustizia.

Lo strazio di scrivere
“Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono; ma pare che in Italia basta ci si affacci a parlare il linguaggio della ragione per essere accusati di mettere la bandiera rossa alla finestra”.
Leonardo Sciascia scrive queste parole come prefazione al suo primo lavoro, Le parrocchie di Regalpetra, pubblicato nel 1956 con l’editore Laterza e sollecitato, oltre che dallo stesso editore, da Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, con i quali Sciascia intratterrà negli anni a venire rapporti di collaborazione, di stima e di profonda amicizia. Dalla apparentemente lontana provincia siciliana, Leonardo Sciascia, grande scrittore civile, in tutta la sua vasta opera ha sempre indagato le possibilità residue di una giustizia giusta, fino al suo ultimo lavoro pubblicato nel 1989 poco dopo la sua morte, Una storia semplice (in realtà si tratta di una storia complicatissima), che contiene come epigrafe un aforisma di Dürrenmatt: “Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”. Certamente non può sfuggire lo scetticismo del forse assunto dal malato e stanco Sciascia in contrapposizione all’ottimismo del credo giovanile; ma pur tra queste evoluzioni e contraddizioni tipiche del personaggio, dell’intellettuale che ama contraddire ed essere contraddetto, rimane costante nel tempo questa sua attenzione ai temi della giustizia, attenzione che rasenta il limite della nevrosi e quindi della non ragione. In chiusura di uno dei suoi più importanti romanzi, Il Contesto (1971), Sciascia aggiunge una nota in cui afferma che la sostanza del suo lavoro: “vuole essere quella di un apologo sul potere nel mondo, sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa”. E ancora ne La strega e il capitano (1986), il romanzo che più di altri risente della lezione manzoniana, Sciascia afferma: “Terrificante è sempre stata l’amministrazione della giustizia, e dovunque. Specialmente quando fedi, credenze, superstizioni, ragion di Stato o ragion di fazione la dominano o vi si insinuano”.
Tuttavia in queste brevi note, pur venate dallo scetticismo di Montaigne e dal pessimismo di Pascal, traspare la lezione dell’illuminismo e della fiducia nell’amministrazione di una giustizia laica, che laicamente ammetta la possibilità dell’errore giudiziario che solo un sano e scettico dubbio può contemplare. In questa volontà di destrutturate dall’interno l’idea dell’infallibilità del giudice con la conseguente divinizzazione della sentenza, sono presenti il Voltaire del Trattato sulla tolleranza che si oppone con tutte le sue forze alla iniqua sentenza contro Calas; Anatole France con la sua Storia contemporanea, tetralogia dedicata all’errore giudiziario per eccellenza: l’affaire Dreyfus; l’esempio di Émile Zola che con il suo J’accuse coraggiosamente ripercorre la strada segnata da Voltaire; il gigante Bernard Lazare con il suo monumentale L’errore giudiziario, pamphlet tanto coraggioso quanto disperatamente urgente che ha contribuito a cambiare il corso politico della Terza Repubblica francese. E come perfetta sintesi di giustizia terrena e pietà cristiana sono soprattutto presenti il Manzoni dei Promessi sposi e della Storia della colonna infame, volume che lo scrittore siciliano ha sempre privilegiato come modello per il suo romanzo inchiesta.
Il problema della giustizia per Leonardo Sciascia, è terrificante perché coinvolge “quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo”, e se con il passare degli anni diviene sempre più il centro della sua idea di Letteratura ciò accade perché Sciascia lo vede come “un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto”. Lo strazio e nel contempo il divertimento del mestiere di scrivere, altra apparente contraddizione che sottende un duplice fondamentale principio etico: il rispetto del lettore e l’obbligo di dire sempre la verità. In proposito Sciascia afferma: “Io scrivo per me e per altri me stesso: e in questo va visto un principio etico fondamentale”. La scrittura oltre ad essere una questione di scienza è soprattutto una questione che riguarda la coscienza: l’impegno dello scrittore nei riguardi del lettore per Sciascia non può e non deve ammettere deroghe. In quanto attività che coinvolge lo spirito, la scrittura contiene in sé una forte tensione religiosa, un’aspirazione alla verità che la rende dolorosa e straziante. Conclude Sciascia: “Insomma, tornando al mio caso personale, diciamo che scrivo su di me, per me e talvolta contro di me”.

Presentare Leonardo Sciascia in classe
Pur nella sua brevità, quanto sopra esposto, dovrebbe essere sufficiente per comprendere che Sciascia è scrittore e intellettuale di dimensione europea. Malgrado questo solido legame con la cultura europea, peraltro più volte evidenziato dallo stesso scrittore in numerosi interventi e interviste, la scuola ha insistito a presentarlo come scrittore di mafia, di fatto relegandolo nel bozzettismo regionale e inserendolo nella tradizione della Letteratura regionalistica. Il fatto che Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966), siano i romanzi più frequentati nella scuola è indicativo di questa tradizione minimalista e provinciale dell’opera di Sciascia.
Non si è voluto di fatto indagare a fondo la letteratura sciasciana perché le due vulgate che hanno monopolizzato la cultura italiana del dopoguerra, quella cattolica e quella marxista, hanno per lo più considerato il liberale illuminista Sciascia uno scrittore scomodo: opere come Il Contesto (1971), Todo Modo(1974) , Candido (1977), anche se con diverse motivazioni, sono state respinte perché con lucidità e lungimiranza denunciavano la desertificazione ideologica dell’Italia.
Nel libro intervista dal titolo La Sicilia come metafora del 1979, la giornalista francese Marcelle Padovani nella presentazione afferma: “Quest’autore che sino a pochissimo tempo fa è sempre stato classificato nell’ambito dell’area marxista, è, al di là di ogni classificazione, innanzi tutto un grande tecnico, un abile professionista, uno dei rari scrittori contemporanei che conosca a fondo il suo mestiere. Il mestiere o l’arte di «farsi leggere». Chi mai s’è annoiato leggendo un libro di Sciascia? Chi può realmente trascurare la lezione di stile che impartisce la sua frase concisa, breve, incisiva, cinematografica? A questo proposito Sciascia stesso dirà: «Diderot è il mio maestro».
Insieme alla notevole produzione letteraria dai banchi di scuola è completamente assente lo Sciascia saggista e critico, malgrado i suoi studi risultino fondamentali per comprendere i nodi principali della Letteratura del Novecento. Ci riferiamo in particolare agli studi su Pirandello: Pirandello e il pirandellismo (1953), Pirandello e la Sicilia (1961), Alfabeto pirandelliano (1989); all’antologia della Letteratura siciliana dal titolo Narratori di Sicilia (1991) curata insieme a Salvatore Guglielmino; al gruppo di saggi raccolti nel volume Per un ritratto dello scrittore da giovane (1985) dove Sciascia passa in rassegna autori fondamentali del ‘900 come Savinio, Borgese e Tomasi di Lampedusa.
Uno studio dello scrittore siciliano per moduli interdisciplinari così come sono stati strutturati nel nostro Progetto, dovrebbe quindi stimolare un approccio metodologico all’opera di Sciascia che tenga conto della sua complessità, e una maggiore consapevolezza delle interconnessioni e strette correlazioni con la grande Letteratura europea.

La lezione del Novecento
Nella formazione di Leonardo Sciascia hanno sicuramente un ruolo determinante le letture degli illuministi francesi: in particolare lo scrittore siciliano ama ricordare Il paradosso sull’attor comico di Denis Diderot e i Libelli di Paul-Louis Courier. Tuttavia Sciascia ama confrontarsi anche con il grande romanzo dell’Ottocento: una parte importante della sua formazione la deve a Stendhal, a cui dedica un importante saggio dal titolo Stendhal e la Sicilia (1984); a Dostoevskij, autore che ritroviamo in Porte aperte (1987), pamphlet contro la pena di morte; a Tolstoj, di cui Sciascia ha particolarmente apprezzato La morte di Ivan Il’ič, racconto che accompagna le amare riflessione del Vice ne Il cavaliere e la morte (1988).
Non possiamo tuttavia presentare in classe uno scrittore estraneo alle importanti novità che si affermano nel ‘900 sia nel campo filosofico-scientifico che estetico, o addirittura isolato rispetto al dibattito culturale e politico che si svolge in Italia nel dopoguerra a partire dal neorealismo.
Una affermazione di Sciascia in proposito appare illuminante: “Credo che la mia esperienza di scrittura sia assai complessa, anche se sfocia in risultati semplici. Per molto tempo ho avuto come ideali gli scrittori de «La Ronda», una rivista degli anni Venti e che faceva continuo riferimento a criteri di ordine, di chiarezza, di semplicità. Allora mi è servito da modello Bruno Barilli, al quale l’abituale attività di critico musicale non impediva di stendere resoconti dei suoi viaggi, ricchi di descrizioni veloci e precise. Quando andavo a scuola scrivevo come lui, frasi sfaccettate come brillanti, brevi, staccate – arrivavo alla parodia, alla caricatura. C’è stato poi Manzoni. Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni. D’altronde Manzoni oltre a essere il più grande scrittore italiano è anche il più francese degli scrittori italiani: e a tal punto che i francesi non se ne accorgono. E poi: è stato detto che ha convertito, convertendosi, l’illuminismo al cattolicesimo; ma io penso che in lui è forse accaduto il contrario: il cattolicesimo si è convertito all’illuminismo”.
Dunque abbiamo uno Sciascia che si confronta con la semplicità dello stile rondista e nel contempo con la complessa e irrazionale visione del mondo di Pirandello, pur non rinunciando alla grande lezione del Manzoni. Ma soprattutto, con La scomparsa di Majorana (1975), un intellettuale che sa entrare nel vivo del dibattito sulla responsabilità etica dello scienziato con un contributo critico di assoluta originalità.

Massimo Sestili
Consigliere Associazione Amici di Leonardo Sciascia
Per visionare il Progetto: www.amicisciascia.it


Bibliografia
Leonardo Sciascia, Opere, a cura di Claude Ambrosie, 3 voll., Milano, Bompiani 1987.
Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Milano, Mondadori, 1979.
Matteo Collura, Alfabeto eretico, Milano, Longanesi, 2002.
Massimo Onori, Sciascia, Torino, Einaudi, 2002.
Giuseppe Traina, Leonardo Sciascia, Milano, Bruno Mondadori, 1999.

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