I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

giovedì 28 aprile 2011

Promenades 3- Il “Bosco Sacro” di Bomarzo: l'immaginario rinascimentale, di Massimo Sestili


Il “Bosco Sacro” di Bomarzo
(L’immaginario rinascimentale)
di Massimo Sestili
Il “Bosco di Bomarzo”, conosciuto anche come “Parco dei mostri” o “Bosco Sacro”, è stato progettato e realizzato in diverse fasi nella metà del secolo XVI come “Villa delle Meraviglie” su iniziativa del Principe Pier Francesco Orsini detto Vicino (1523-1583). Situato in un anfiteatro naturale alle pendici del borgo di Bomarzo, il bosco è popolato da animali mostruosi e fantastici, da giganti favolosi e figure grottesche che ci accompagnano in un viaggio onirico che ricorda molto da vicino l’«Hypnerotomachia Poliphili» (Il sogno di Polifilo, -HP-) di Francesco Colonna[1]. Le gigantesche statue sono state tutte scolpite nella caratteristica pietra vulcanica del luogo, un tufo grigio seminato di puntini neri simili a minuscoli grani di pepe e, per questa particolarità, chiamato “peperino”. Inoltre, sono state ricavate direttamente sul posto scolpendo e modellando gli enormi massi presenti all’interno del bosco. E forse a Vicino questa idea è venuta dalla lettura di HP: “Mi resi subito conto che non vi era stato trasportato da un altro luogo, ma era stato ricavato scolpendo il monte medesimo, e nello stesso posto ridotto a quella dimensione, a quella forma e schema, dalla fatica dell’uomo” (HP 27), nonché dagli Etruschi che scavavano e sagomavano le loro tombe direttamente nel tufo.

La varietà delle forme e dei simboli, l’architettura del parco, i molteplici riferimenti letterari, fanno del « Bosco Sacro » un luogo privilegiato per sviluppare una riflessione sull’immaginario rinascimentale che trova importanti riferimenti culturali nella simbologia e nella letteratura classica.
Tuttavia, a ben vedere la ricchezza simbolica del luogo, attraverso il tema centrale dell’immaginario rinascimentale, il « Bosco Sacro », oltre che ad un viaggio nella memoria di un passato che si materializza in gigantesche statue che sono nel contempo pietra e nebbia, pensiero e sogno, ragione e passione, si apre ad una prospettiva contemporanea. È infatti in questo luogo magico, come vedremo più avanti, che hanno trovato ispirazione importanti artisti contemporanei come Salvador Dalì.
Antico borgo etrusco, Bomarzo è situato tra i Monti Cimini e la valle del Tevere, su un altopiano ricco di boschi dove domina il Castello dei Principi Borghese, costruito tra il 1525 e il 1583. Dall’alto del borgo lo sguardo spazia lungo le insenature del Tevere, i monti della Sabina e dell’Abruzzo. L’origine del nome non è molto chiara: in alcuni documenti si parla di Maeonia o Peonia, mentre in un documento risalente al VI secolo il borgo viene indicato con il nome latino di Polimartium. L’origine etrusca di Bomarzo è anche testimoniata da George Dennis nel suo preziosissimo «The Cities and Cemeteries of Etruria» pubblicato nel 1848: dettagliato resoconto del suo viaggio in Italia alla ricerca della civiltà etrusca, compiuto negli anni 1842-1847 in compagnia dell’amico pittore Samuel James Ainsley. A proposito di Bomarzo il Dennis scriveva: “Come quasi tutti i villaggi dello Stato Pontificio, Bomarzo è un paese poverissimo, dall’aspetto squallido”[2]. Ma ciò che più sorprende nella sua guida è l’avvolgente descrizione delle decorazioni di una tomba etrusca, in tutto simile all’impianto scenografico del “Bosco Sacro”: “Le pareti sono coperte da gaie figurazioni di ippocampi che si tuffano o sbuffano acqua dalle narici, di serpenti marini crestati, di delfini che gioiosamente saltano sulle onde ed infine di caricature paurose ed orripilanti. Una rappresenta un vecchio con gli occhi fuori dall’orbita e la bocca spalancata come per sorpresa o terrore. Un’altra ha una testa lunga come una testa di bue, ha un occhio chiuso e con l’altro guarda fisso il visitatore, non ha narici, ha la bocca spalancata sopra un mento senza forma, ed i capelli dritti sulla testa, come fossero elettrizzati”.
Affascinato dalle incantevoli pagine del Dennis, D. H. Lawrence inizia il suo viaggio in questi luoghi nel 1927 con l’amico Earl Brewster. Rapito da tanta impenetrabile bellezza concepita da un popolo che vedeva nell’aldilà “una continuazione del meraviglioso viaggio della vita”, scriveva nei suoi «Etruscan Places»[3]: “È meraviglioso vedere tutta la forza e il mistero della vita antica emergere intatti da queste figure sbiadite. Gli etruschi sono ancora là, sul muro”.  Un mistero che appartiene all’intero cosmo e che l’uomo moderno vive con angoscia nella continua disperata ricerca di un ordine razionale: “La concezione della vitalità del cosmo, di una miriade di essenze vitali in una confusione incontrollata, eppure tenuta insieme in qualche specie di ordine”.
Sicuramente quelle caricature paurose e orripilanti che riflettono il mistero della vita e della morte, hanno popolato la fantasia della complessa personalità di Vicino. Nel “Bosco Sacro” mistero, angoscia e terrore si stemperano in una leggera ironia che affida al sogno l’unica possibilità di tenere ancora in vita l’amata Giulia, per continuare quel meraviglioso viaggio bruscamente interrotto dalla morte.
Vicino Orsini eredita la signoria di Bomarzo nel 1542, grazie anche al diretto interessamento di Alessandro Farnese, nipote del pontefice Paolo III. A suggellare il legame tra le due nobili famiglie, Vicino nel 1545 sposa Giulia di Galeazzo Farnese. Dopo il matrimonio Vicino inizia la sua carriera di soldato al seguito di Alessandro Farnese e le truppe papali, prima  in Germania in sostegno a Carlo V e, successivamente, nel 1553, a favore delle truppe francesi. Fatto prigioniero e liberato nel 1556, l’anno successivo abbandonerà definitivamente la carriera militare. Due iscrizioni poste su due obelischi nel “Bosco Sacro” sono indicativi sia del periodo in cui sono stati eseguiti i lavori, che del dolore di Vicino per la morte dell’amatissima moglie Giulia avvenuta nel 1556: “Vicino Orsini nel MDLII” e “Sol per sfogar il core”. I lavori, proseguiti a fasi alterne per gli impegni militari, sono continuati dopo la morte di Giulia alla cui memoria è ormai dedicato tutto lo sforzo di Vicino. Uomo di lettere, amico di Annibal Caro, citato da Bernardo Tasso nell’«Amadigi», Vicino ha sicuramente contribuito alla realizzazione del parco con le iscrizioni, gli schizzi delle sculture e il progetto d’insieme. Per quanto riguarda l’enigmaticità delle iscrizioni volute da Vicino, è sufficiente citare questo passo di HP: “Le enigmatiche iscrizioni, pur rileggendole più volte, mi rimasero del tutto oscure, indecifrabili per la grande ambiguità del loro sottile significato” (HP 40). Per quanto riguarda gli autori delle opere, gli studiosi hanno fatto vari nomi: Raffaello da Montelupo, Jacopo del Duca, Vignola, l’architetto Pirro Logorio, che sostituì Michelangelo nei lavori della basilica di San Pietro, il Montorsoli e Bartolomeo Ammannati. Maurizio Calvesi, in particolare, vi ha scorto lo stile di Ammannati ed ha sottolineato come le iscrizioni siano ispirate dai poemi cavallereschi e dalle Rime del Petrarca[4]. Ma è fuori di dubbio che la fonte principale di ispirazione siano state le illustrazioni e i testi di HP con la sua invocazione all’amore di Polia, che richiama il dolore di Vicino per la morte di Giulia e al sogno che la fa rivivere: “O tu, che fra tutti i mortali, sola sei felice, Polia che morta vivi, anzi meglio: mentre Polifilo giace immerso in un profondo sonno, ti tiene desta sulle labbra degli uomini colti” (HP 8). E tuttavia, sono anche chiari e costanti i riferimenti all’antichità etrusca e orientale nonché ad Annibal Caro, che tra il 1537 e il 1539 aveva tradotto dal greco «Gli amori pastorali di Dafni e Cloe» di Longo Sofista[5], altra opera che attraverso l’amore leggiadro dei due giovani pastori ha senz’altro accompagnato le meditazioni solitarie di Vicino. Inoltre, nel 1564, Annibal Caro suggerì a Vicino il soggetto per dipingere una loggia del suo palazzo: “La favola dei Giganti”. Il dipinto è andato perduto ma, già dal titolo, ricorda la lotta fra i Giganti presente nel “Bosco Sacro”. Altri, in questo luogo incantato che sembra essere sospeso nel vuoto, vi hanno visto le influenze delle «Metamorfosi» di Ovidio, dell’«Orlando Furioso» di Ludovico Ariosto e della «Gerusalemme Liberata» di Torquato Tasso. Tutte ipotesi suggestive e verosimili, ma la verità su quella che è stata definita l’ottava meraviglia del mondo rimane comunque lontana e di difficile decifrazione.
 
Abbandonato e dimenticato per ben quattro secoli, il parco è stato riportato alla luce dai coniugi Giovanni Bettini e Tina Severi Bettini, proprietari del sito dal 1952. Nel Tempio dedicato da Vicino a Giulia, è posta la lapide di Tina Severi, la vera artefice di questa incantevole riscoperta: un parco dedicato all’amore di una donna, oggi ancora vive per l’amore e la passione di un’altra donna.
Inoltrandoci nel bosco, immediatamente, sin dalle prime iscrizione che appaiono all’entrata del dedalo ombreggiato, simile alla selva oscura, abbiamo la netta sensazione che la realtà si trasfiguri in sogno e l’immaginazione, finalmente libera, si inoltra verso sentieri labirintici di complicata decifrazione. Le due Sfingi con il corpo leonino, il volto di donna e i seni prorompenti, prive di coda e di ali, quindi più simili alla rappresentazione mitologica egizia, ci accolgono con due enigmi: “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sian fatte per inganno o pur per arte”, e  “Chi con ciglia inarcate e labbra strette non va per questo loco manco ammira le famose del mondo moli sette”. Un invito a camminare ed osservare pensierosi e silenziosi per meglio riflettere su tanta meraviglia che solo l’arte può creare. Ma, forse, Vicino voleva anche invitare il visitatore a riflettere sopra un’idea dell’Arte che, in quanto illusione dei sensi, è soprattutto inganno. Una illusione e un inganno che trovano conferma all’interno della Casa Pendente, il cui pavimento leggermente in salita e le pareti fuori asse creano una formidabile illusione ottica che ci avvolge in un vortice facendoci perdere l’orientamento.
Il viale che costeggia a sinistra le due Sfingi è adornato con le statue di Saturno, di Giano, di Fauno, di Evandro e della Triplice testa di Ecate. In fondo, in una rientranza del bosco, appare uno spaventoso Mostro marino con le fauci spalancate e denti enormi. Sopra la testa mantiene un globo sormontato da un castello a rappresentare il regno terreno degli Orsini. Si tratta di Proteo o di Glauco? Come Proteo, figlio di Nettuno, il mostro marino che emerge tra gli sbuffi dell’acqua è dotato di ali di farfalla. Un invito a lasciare la terra per involarsi nell’illusorio sogno dell’amore.
Un sogno che con repentini cambi di scena ci proietta in un grande set cinematografico ed assume i contorni nitidi di un favoloso Gigante: “Se Rodi altier fu già del suo colosso pur di questo il mio bosco anco si gloria ed per più non poter fo quanto posso”. Imperioso, superbo, misterioso, maestoso nelle sue fattezze, nell’atto di squartare un uomo sfigurato dal terrore e dal dolore, il Gigante mantiene calma e equilibrio, il suo volto non manifesta nessun moto d’ira: “I giganti, gettate le armi, si avvinghiavano l’un l’altro spasmodicamente. […] Le membra vigorose e i muscoli rotondi erano bene in evidenza, tanto che si scorgevano le ossature e l’incavo dei nervi tesi” (HP 29). Né Dio né diavolo, con la sua sicurezza sembra porsi al di là del bene e del male. È l’irrompere della forza della natura? Dioniso che dilania Apollo? La natura che sovrasta la ragione? O la giustizia che finalmente trionfa sulle ingiustizie degli uomini? Si tratta di Ercole o di Orlando impazzito d’amore che squarta un malcapitato passante?
L’amore di Polifilo per Polia, di Dafni per Cloe, di Vicino per Giulia, una passione avvincente che finalmente si placa di fronte al Ninfeo che ospita le Tre Grazie. Leggere e pudiche, effondono nell’ambiente una soave tranquillità che invita al ricordo della descrizione di Longo Sofista: “Era dentro al suo pascolo una grotta consacrata alle ninfe, cavata d’un gran masso di pietra viva, che di fuora era tonda e dentro concava: stavano intorno a questa grotta le statue delle ninfe medesime, nella medesima pietra scolpite; avevano i piedi scalzi insino a’ ginocchi, le braccia ignude insino agli omeri, le chiome sparse per il collo, le vesti succinte ne’ fianchi, tutti i lor gesti atteggiati di grazia e gli occhi d’allegria, e tutte insieme facevano componimento di una danza”.
Una danza e un’allegria dei sensi che proseguono tra la selva di alberi secolari dove improvvisamente appare Pegaso che s’invola verso il cielo, una Balena sormontata da una Tartaruga che a sua volta sostiene una Donna alata in procinto di staccare il volo, un enorme Elefante che stritola con la sua proboscide un legionario romano, un Drago che si difende dall’attacco di un leone e, straordinariamente orripilante, tra rami e cespugli spunta il temibile Orco che ci invita ad oltrepassare la sua bocca spalancata  dove ci accoglie un tavolo con delle panche. Vicino ha vinto, siamo entrati nel suo sogno e nel suo inganno, e ci attende ironico sulla Panca Etrusca dove ha lasciato il suo messaggio:  “Voi che pel mondo gite errando, vaghi di veder meraviglie alte et stupende, venite qua, dove son faccie orrende elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”.
In questo luogo unico e denso di sorprese, dai tratti inconfondibilmente surrealistici e magici, hanno trovato ispirazione importanti artisti e scrittori, come il pittore tedesco Bartholomeus Breenbergh, che visitò il parco nel 1625, o Salvador Dalì che qui, secondo alcune fonti (G. Stewart e G. Mazzuoli), trovò lo spunto per il famoso dipinto “La tentazione di S. Antonio” e dove “egli vide negli ignoti artisti di questo capolavoro a cielo aperto alcuni dei precursori del surreale, come già erano considerati sia Bosch sia l’Arcimboldo” (C.M. Paolucci). Ma, in particolare, il “Bosco Sacro” ha ispirato il realismo magico dell’olandese Carel Willink, che ha dipinto i mostri del bosco in varie tele sullo sfondo di un paesaggio devastato dalla guerra nucleare e che ha trovato perfetta espressione in un quadro che ritrae una donna nuda al centro della scena con in primo piano ben visibile “La ninfa dormiente” e sullo sfondo “Il drago”, “L’orco” e le teste di Saturno, Giano, Fauno, Evandro e la Triplice Ecate. Qui lo scrittore argentino Manuel Mujica Lainez ha trovato ispirazione per il suo romanzo «Bomarzo»[6].
Questo paesaggio surreale e magico ci appare come un ottimo mélange di diverse culture ma, soprattutto, sembra esprimere l’irrequietezza del suo ideatore, i fantasmi e le contrastanti passioni che ha cercato di placare e dominare materializzandoli attraverso queste figure grottesche e allegoriche che raccontano di miti, di armi, di amore e di letteratura.
E mentre Longo Sofista ci accompagna verso l’uscita: “Era il bosco ancor esso bellissimo, ombroso, erboso, fiorito e d’acque d’ogn’intorno rigato, e tutti insieme l’erbe, gli alberi e i fiori erano per molti rivi da una fontana sola nutriti”, pensiamo che qui “tutte le cose umane altro non sono che sogno”.

Massimo Sestili, maggio 2007





[1] Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, a cura di Marco Ariani e Mino Gabriele, 2 vol., Adelphi, Milano 2004.
[2] Georges Dennis, Bomarzo, in Itinerari etruschi, a cura di Mario Castagnola, De Luca Editore, Roma 1984, pp. 135-138.
[3] D. H. Lawrence, Paesi etruschi, a cura di Giovanni Kezich, Nuova Immagine Editrice, Siena 1989.
[4] Maurizio Calvesi, Gli incantesimi di Bomarzo. Il sacro bosco tra arte e letteratura, Bompiani, Milano 2000.
[5] Longo sofista, Gli amori pastorali di Dafni e Cloe, Rizzoli, Milano 1950.
[6] Manuel Mujica Lainez, Bomarzo, trad. di Cesco Vian, Sette Città, Viterbo 1999.

Nessun commento: