I ragazzi di via Buonarroti 29

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domenica 1 luglio 2012

Massimo Sestili: Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo. Durer, Durrenmatt, Bergman, Sciascia, Zorn, Tolstoj, Andrea Pazienza.

Durer: Il Cavaliere la Morte il Diavolo

Il Cavaliere la Morte e il Diavolo

di Massimo Sestili

Un percorso intertestuale e interdisciplinare


1. Individuazione del tema: il miles christianus.
L’incisione di Albrecht Dürer Il Cavaliere la Morte e il Diavolo (1513, rame 25x19) è stata nei secoli
variamente interpretata. Tuttavia, l’universalità del messaggio che contiene (al di là di una rigorosa e doverosa contestualizzazione), unito alla particolare attenzione che ha sempre suscitato,  la rendono assolutamente attuale ed aperta a molteplici riflessioni. È fuori di dubbio che essa rappresenti il miles christianus, l’audace soldato cristiano che incede impassibile lungo il sentiero della virtù. Il Cavaliere, armato di una indomita fierezza ancor più esaltata dalla maestosità e perfezione del cavallo, procede assorto e sicuro alla presenza della Morte (che agita una clessidra simbolo della fugacità della vita) e del Diavolo (orribile figura armata di una picca a dimostrazione del male che l’uomo può compiere), verso una cittadella fortificata seguito da un cane fedele: può trattarsi della patria celeste, di una nuova Gerusalemme o, seguendo una suggestiva interpretazione di Nuove stanze di Montale, della cittadella della cultura che va conquistata e difesa dalla barbarie; oppure della cittadella della giustizia che Dürrenmatt e Sciascia, anche se con diverse sensibilità, fanno difendere da due poliziotti; o ancora, con Zorn, di una cittadella desacralizzata circondata da angoscia e paura.
Le opere prese in esame in questo percorso, oltre ad essere accomunate dal riferimento esplicito o implicito al lavoro di Dürer,  formano un quadro poliedrico di riflessioni e tematiche che hanno profondamente segnato la cultura del Novecento e che consentono, conseguentemente, di comprendere la complessità delle interconnessioni e dei rimandi intertestuali nella letteratura, nell’arte e nella filosofia Europea.
Infatti, dal tema principale del miles christianus (dove è chiara l’influenza di Erasmo da Rotterdam, Enchyridion militis cristiani), si dipanano una molteplicità di tematiche che hanno impegnato almeno due generazioni di intellettuali: quella del dopoguerra, alle prese con l’elaborazione del lutto e del senso di colpa, ma anche preoccupata di cercare una soluzione, uno spiraglio, di fronte a tanta capacità distruttiva dimostrata dall’uomo; e quella dei “ribelli” degli anni Settanta, a cui appartengono Pazienza e Zorn, sicuramente più autodistruttiva e nichilista.
Le problematiche affrontate sono: la malattia, tutti i protagonisti dei romanzi proposti sono malati di cancro; la corsa contro il tempo nel tentativo disperato di dare dignità e valore alla propria esistenza; l’eterna partita a scacchi con la morte che ognuno prima o poi deve giocare; il male che regna nel mondo, un luogo, per dirla con Sciascia, dove “il diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui”; l’assenza di Dio o il silenzio di Dio; la menzogna; l’indifferenza; le possibilità residue della giustizia.

2.               Quadro di riferimento e motivazioni
Scopo del presente percorso è di indagare le riflessioni che l’opera di Dürer ha generato nella letteratura, nel cinema, nella filosofia e nell’arte del ‘900 in una prospettiva non solo nazionale, ma europea. L’affascinante e suggestiva novità risiede nel fatto che con Il Cavaliere la Morte e il Diavolo hanno dialogato autori di diversa provenienza culturale e ideologica e, tuttavia, legati tra loro da questo filo del miles christianus che cerca di sconfiggere la Morte e il Diavolo, sorta di archetipo o paradigma con il quale la cultura europea deve necessariamente confrontarsi.
La questione dell’identità Europea, oggi al centro di un vasto dibattito, può trovare in questo studio stimolanti riferimenti per la pluralità dei punti di vista espressi. In più, le opere esaminate, proprio perché generate in contesti culturali e sociali diversi, consentono uno studio ed un confronto multi prospettico con alcuni eventi fondamentali della storia del Novecento che ancora oggi inquietano le nostre coscienze.
L’ampiezza del tema affrontato naturalmente impone delle scelte sia tematiche che bibliografiche. Cercherò dunque di fornire solo delle indicazioni generali che potranno essere ulteriormente arricchite.

3.               Contenuti analizzati
Il Cavaliere la Morte e il Diavolo, con San Girolamo nello studio (1514, rame 24,7x18,8) e Melanconia I (1514, rame 23,9x16,8), forma un trittico dove è sempre presente la clessidra (oggetto specifico dell’analisi di Jünger, Il libro dell’orologio a polvere) che scandisce il tempo. Di Dürer deve essere assolutamente presa in esame un’altra importante opera: I quattro cavalieri (1498, xilografia 39,3x28,3), che fa parte dei quindici disegni preparatori per le xilografie dell’Apocalisse di San Giovanni, opera che indubbiamente ha ispirato Bergman ne Il settimo sigillo del 1956.
Durer: Melanconia
Durer: San Girolamo nello studio
Durer: I quattro cavalieri

Il film si apre e si chiude con una citazione dell’Apocalisse: «All’apertura del settimo sigillo si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora». È il silenzio di Dio.
Il titolo è già di per sé una chiara indicazione: il settimo sigillo viene spezzato dall’agnello, dal Cristo, e da questa apertura sarà finalmente possibile leggere il libro della vita che Dio tiene nelle sue mani. È esattamente questo il mistero che Block vuole svelare, ed è per questo che chiede una dilazione alla Morte e la ottiene.
Quel silenzio sollecita una pausa di riflessione, una sospensione momentanea dell’incalzante ritmo del tempo, la clessidra si blocca e la Morte, anche se resta in agguato, per il momento si allontana e, con essa, si allontana il Giorno del Giudizio. Inizia la famosissima partita a scacchi tra il Cavaliere Antonius Block e la Morte: riuscirà il nostro cavaliere a dare un vero significato alla sua esistenza? Riuscirà a conoscere Dio? A scoprire il mistero della vita?
La confessione del cavaliere è un atto d’accusa contro l’indifferenza degli uomini ma, al contempo, è anche un atto di ribellione contro un Dio che tace, che non si manifesta:


 Cavaliere: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi sveli il suo volto, mi parli.
Morte: Ma lui tace.
Cavaliere: Lo chiamo nelle tenebre, ma a volte è come se non esistesse.
Morte: Forse non esiste.
Cavaliere: Allora la vita è un assurdo orrore. Nessuno può vivere con la Morte davanti agli occhi sapendo che tutto è nulla.
Al Cavaliere la fede non è sufficiente, vuole arrivare a Dio attraverso la conoscenza,: ma la necessità - afferma Emanuele Severino - non si tocca, e voler arrivare a Dio attraverso un sapere incontrovertibile inevitabilmente porta ad una sconfitta. Il problema religioso si trasforma in un problema ontologico, esistenzialistico.  Attraverso questa disperata ricerca di significato (il nulla, il nichilismo, sono la sconfitta della vita), il Cavaliere pone il problema dell’inautenticità dell’esistenza, vuole il suo riscatto dopo aver vissuto una esistenza vuota e indifferente, ora vuole giocare la sua partita a scacchi con la Morte per riappropriarsi di una autenticità che si è negato.
Block perderà la sua partita, ma non prima di aver salvato la vita alla famiglia di attori: Jof, Mia e il loro figlio Mikael sono salvi. Il piccolo Mikael, un angelo, con la sua innocenza sconfiggerà un giorno il tempo? C’è ancora speranza. Una speranza che risiede nell’innocenza ma anche nella ribellione all’indifferenza. E nella scena finale a ribellarsi alla Morte è lo scudiero Jöns: “Asciugatevi le lacrime e specchiatevi nella vostra indifferenza” sono le sue parole; e conclude “farò silenzio ma mi ribello”.
Dürrenmatt scrive Il sospetto nel 1953: le ferite lasciate aperte dal secondo conflitto mondiale sono profonde. Di fronte all’abisso del nazismo, alla “banalità del male” che si manifesta nella Shoah, all’inferno delle due bombe atomiche, si impone una riflessione che vada al di là della contingenza storica, per investire il significato ultimo del senso della vita: come Giobbe, gli innocenti chiamano Dio in giudizio. Ci si interroga, in definitiva, sul silenzio di Dio, sulla sua assenza, ma anche sull’indifferenza che l’uomo manifesta di fronte a tali atrocità. La generazione di intellettuali a cui Dürrenmatt appartiene, si confronta con uno scenario in cui l’Apocalisse di Giovanni  è una profezia che sembra essersi avverata.
Durrenmatt

Il commissario Bärlach, gravemente malato di cancro, chiede una dilazione alla Morte e indossa l’armatura del Cavaliere per smascherare il chirurgo nazista Nehle (il Diavolo) che usa operare i suoi “pazienti” senza anestesia. Bärlach in questa disperata lotta per assicurare un criminale alla giustizia, incarna le virtù del Cavaliere, ma nel contempo ne evidenzia anche i limiti e la sconfitta: “… allora Bärlach capiva che tutto, anche ciò che di brutale e di sarcastico c’era nelle sue parole, non era che l’espressione di un dolore infinito di fronte all’incomprensibile peccato di un mondo un tempo felice e creato da Dio”. Malgrado abbia perso la sua partita con la Morte, seguita a lottare, perché gli rimane un’altra importante partita da giocare, quella con il Diavolo. Impiegare il tempo rimasto per sconfiggerlo e cercare di riparare, forse illudendosi, almeno ad una delle tante ingiustizie assicurando alla legge un criminale nazista: sente “…salire in lui un’ostinata volontà di restare in questo mondo e di lottare per un mondo diverso e migliore, di lottare anche con quel suo povero corpo che il cancro, vorace e inarrestabile, divorava…” Da questa “ostinata volontà” scaturisce una vittoria non banale sul Diavolo: la cittadella della giustizia per il momento è salva.
Il cavaliere e la morte di Sciascia (1988), oltre che ispirarsi esplicitamente all’incisione di Dürer, assume come modello letterario il romanzo di Dürrenmatt. Il Vice, come Bärlach, è un commissario colto, grande lettore ed estimatore di stampe e malato di cancro: si porta dietro la stampa di Dürer da un ufficio all’altro e l’appende di fronte alla scrivania per osservarla con attenzione in ogni minimo particolare.
Sciascia

Alla prese con un delitto carico di misteri (Sciascia si confronta con i tanti misteri italiani che ancora oggi non hanno trovato una risposta), il Vice si imbatte in un gruppo di terroristi denominati I figli dell’89, sigla di comodo creata da un potere invisibile per sviare le indagini. Intuisce subito di cosa si tratta, ma ormai è sfiduciato e privo di illusioni, e diversamente da Bärlach e Block non chiede nessuna dilazione alla morte, ma piuttosto la vagheggia: il pessimismo del Vice è chiaramente indicativo del motivo per cui Sciascia non inserisce il Diavolo nel titolo del suo romanzo. Ma soprattutto è indicativo del tardo innamoramento dello scrittore per Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa: vive lo stesso rapimento per la Morte di don Fabrizio. Sconfitto e sfiduciato, si troverà a cercare brandelli di verità tra le immondizie: verrà ucciso, e nel momento del trapasso sussurrerà: “Che confusione!”.
Un estremo atto di ribellione è la vicenda di Fritz Zorn, con il suo autobiografico Il cavaliere, la morte e il diavolo (1977), che l’autore aveva titolato Mars ( Marte, il Dio della guerra).
Fritz Zorn

Zorn non è il suo vero nome: si chiamava Angst, che significa angoscia, paura; Zorn invece significa collera, ira, furore. La scelta del nome non è affatto casuale: malato di cancro, decide di giocare la sua ultima partita con la rabbia necessaria per combattere la paura e il buio dell’impotente angoscia. E con la rabbia di chi si ribella al declino del proprio corpo, il giovane scrittore svizzero, in questa sua opera prima e postuma, scrive una delle più vivaci e sentite requisitorie contro quell’indifferenza borghese colpevole del suo male.
Incapace di amare, Zorn, disperato, cade in depressione; ed i segnali di questo disagio psichico arrivano al corpo trasformandosi in un mortale tumore. Ma proprio nel momento della trasformazione di una malattia psichica in una malattia del corpo, paradossalmente, Zorn trova la forza di reagire. Il corpo malato diviene una risorsa. La sua partita a scacchi con la morte deve restituire un senso alla sua vita gettata nel cestino dei rifiuti; vuole dare testimonianza del suo malessere e individuare i colpevoli. La sua depressione si trasforma in rabbia e scrive il suo J’accuse contro l’educazione borghese. Una requisitoria che raggiunge toni apocalittici quando afferma: “Io sono la decadenza dell’Occidente”; “Io sono il carcinoma di Dio”.
Con La morte di Ivan Il’ič di Lev N. Tolstoj (opera citata da Sciascia) di nuovo assistiamo ad un atto di ribellione. Ivan Il’ič Golovin, consigliere di Corte d’Appello, è un borghese apatico, disinteressato e indifferente. La malattia suona come un campanello d’allarme, è un’occasione ottima per mettere a nudo tutte le ipocrisie della società e per trovare un riscatto. “Sarà solo la malattia a rivelare la falsità di una vita tutta impiego e decoro, il vuoto di quell’impettito sussiego” (Ripellino).
Tolstoj

In questo vortice di totale disumanizzazione, Tolsoj non esita ad accostare l’indifferenza del medico di fronte al suo paziente, all’indifferenza del giudice di fronte all’indagato. Ivan Il’ič è solo, nessuno riesce a comprendere il suo dolore, e tuttavia, ascoltando i segnali del suo corpo malato, finalmente si sente vivo. Vivo fino al punto di sapersi riconciliare con la vita. Intuisce di aver vissuto nella menzogna, risvolto della decenza borghese. Nel momento del trapasso, è la sua anima a rivelargli la verità: “Ciò di cui vivesti e vivi non è che menzogna, inganno che ti nasconde la vita e la morte”.
 “In pochi scritti – afferma Ripellino - tu senti con tanta impostura e con tanta carenza di scampo la terribile, vitrea, avvolgente solitudine del morire”.
Nel terribile bilancio che Ivan Il’ič traccia di una vita sbagliata, del grosso inganno in cui è vissuto, solo Gerasim, il servo, assume le sembianze di una innocenza sana e potente che guarda con sicurezza verso il futuro.
Un futuro e una giustizia che Dürrenmatt, Sciascia, Bergman, Zorn e Tolstoj, ancora e malgrado tutto, riescono a intravedere nell’innocenza e nell’amore.
“L’amore è un miracolo sempre possibile, - afferma Dürrenmatt – il male una realtà sempre presente. La giustizia condanna il male, la speranza lo vuole redimere, l’amore lo ignora. Solo l’amore è in grado di accettare la grazia così com’è. Non esiste nulla di più difficile, lo so. Il mondo è terribile e privo di senso. La speranza che dietro l’assurdo e l’orrore del mondo si nasconda un senso, la può conservare solo chi, nonostante tutto ama”.

4.               Collegamenti interdisciplinari
Storia dell’Arte: contestualizzazione e interpretazione delle opere di Dürer; un esempio del Cavaliere nell’arte contemporanea: Andra Pazienza, Autoritratto 1987.
Andrea Pazienza

Filosofia: il miles christianus nel XVI secolo; alcune tesi di Erasmo da Rotterdam; il Tempo in Ernst Jünger, Il libro dell’orologio a polvere; Jean Paul Sartre, Immagine e coscienza; il nichilismo.
Storia: Il Rinascimento; la Riforma protestante; la seconda guerra mondiale; i regimi totalitari; il terrorismo e lo stragismo in Italia con i suoi misteri e i suoi lati oscuri.
Letteratura; lettura integrale e interpretazione dei romanzi inseriti nella bibliografia con particolare attenzione ai rimandi intertestuali in quanto si tratta di libri che spesso dialogano tra loro in modo esplicito.
Religione: lettura e commento (dopo aver visto il film di Bergman Il settimo sigillo) dell’Apocalisse di Giovanni; San Paolo, Lettera agli Efesini; silenzio di Dio e nichilismo.

5.               Bibliografia
Albrecht Dürer, Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo (San Girolamo nello studio - Melanconia I - I quattro cavalieri)
Andrea Pazienza, Autoritratto (Il Cavaliere) 1987
Friedrich Dürrenmatt, Il sospetto
Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte
Lev N. Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič
Fritz Zorn, Il cavaliere, la morte e il diavolo
Bergman, Il settimo sigillo
Ernst Jünger, Il libro dell’orologio a polvere
Eugenio Montale, Nuove stanze

Articolo pubblicato su Nuova Secondaria n. 10 15 giugno 2006 Anno XXIII

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