I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

martedì 12 febbraio 2013

13 gennaio 1898-13 gennaio 2008: 110 anni dalla pubblicazione del J'accuse di Emile Zola. La verità in cammino di Massimo Sestili.

Prima pagina de l'Aurore del 13 gennaio 1898

13 gennaio 1898 - 13 gennaio 2008

110 anni dalla pubblicazione del J'accuse di Emile Zola
La verità in cammino

di Massimo Sestili

Nei mesi dell’arresto e del processo ad Alfred Dreyfus (ottobre – dicembre 1894), Zola si trovava in viaggio a Roma alla ricerca delle necessarie informazioni per la stesura di Rome, il secondo romanzo della trilogia Les Trois villes. È lo stesso scrittore che nel 1901 nel volume La vérité en marche, parla di quel periodo nella nota di presentazione all’articolo M. Scheurer-Kestner: “Nel 1894, nel momento in cui iniziava l’affaire Dreyfus, ero a Roma, e non ritornai che verso il 15 dicembre. Naturalmente lessi poco i giornali francesi. Questo mi chiarisce lo stato d’ignoranza, l’indifferenza in cui sono rimasto per lungo tempo a proposito di questo caso. Fu solamente nel novembre 1897, quando rientrai dalla campagna, che cominciai ad appassionarmi, alcune circostanze avendomi permesso di conoscere i fatti e, alcuni documenti pubblicati più tardi, furono sufficienti a rendere la mia convinzione assoluta, incrollabile. Si noterà pertanto, in queste prime pagine, che il professionista, il romanziere, era soprattutto sedotto, esaltato, da un tale dramma. E la pietà, la fede, la passione nella verità e nella giustizia sono venuti solo in seguito “.




Da acuto osservatore dei vizî e virtù della società francese, Zola esamina la vicenda umana di Dreyfus e della sua famiglia da scrittore naturalista, pronto a cogliere con formidabile precisione tutti i particolari di un avvenimento che si offriva spontaneamente alla sua inesauribile penna. Lo sviluppo del dramma con i suoi personaggi reali ben si prestava alla sua idea di scrittura e al suo stile implacabile: “Che dramma straziante, e che personaggi superbi! Davanti a simili documenti, di una bellezza così tragica, che la vita ci offre, il mio cuore di romanziere palpita di appassionata ammirazione. Non conosco nulla di altrettanto nobile psicologia”.
L’esclusivo interesse letterario di Zola per l’affaire non viene meno neppure quando Bernard Lazare lo porta a conoscenza delle anomalie processuali denunciate nel suo pamphlet L’affaire Dreyfus, une erreur judiciaire, pubblicato clandestinamente a Bruxelles. Lazare racconta la vicenda in una nota indirizzata a Joseph Reinach conservata alla Biblioteca Nazionale Francese: “Incontrai Zola nel mese che seguì la pubblicazione del mio primo opuscolo, cioè nel novembre 1896. Quando lo incontrai, non avevo intenzione di convincerlo a seguirmi; pensavo che egli non mi avrebbe seguito perché una costruzione astratta di verità o di giustizia non lo seduceva; ma cercavo di capire l’effetto prodotto dal mio opuscolo su spiriti liberi e suscettibili di apportare un sostegno morale alla causa che difendevo. Constatai simpatia; l’atto gli piacque, ma non aveva nessuna idea sull’affaire e sentivo che in quel momento non lo interessava; lo avrebbe interessato solo quando il dramma fu completo e quando ne conobbe i personaggi!”.
Per quale motivo Lazare si reca proprio da Zola? Nella primavera del 1896 Zola aveva momentaneamente interrotto il suo impegno letterario per intervenire in una polemica contro il movimento antisemita. Il 26 aprile Édouard Drumont scrive su «La Libre Parole», quotidiano antisemita di cui era direttore nonché fondatore, un articolo in cui, chiaramente alludendo a Zola e al suo romanzo L’Argent, affermava: “L’antisemitismo non è una tesi più o meno discutibile: è penetrato nella letteratura, nell’arte, si trova dappertutto… È uno scrittore [Zola] che non aveva niente, che ha prodotto questo movimento combattendo la formidabile potenza del denaro”.
Il 16 maggio Zola risponde a Drumont dalle colonne de «Le Figaro» con un articolo dal titolo Pour les Juifs: una vibrante denuncia contro l’antisemitismo che si palesa allo sguardo attento dello scrittore, come un movimento di matrice religiosa razzista e nazionalista che “altro non è che l’arma di un partito politico o il risultato di una grave situazione economica”. Ma Zola va oltre la polemica con Drumont e, con il suo linguaggio diretto e immediato, richiama il mondo politico democratico e socialista a rompere il silenzio intorno ad un fenomeno che rischia di travolgere l’intera società francese: l’antisemitismo non è una minaccia per i soli ebrei ma per l’umanità intera. È su questa drammatica urgenza che si produce l’avvicinamento con Lazare, il quale segue con particolare interesse le reazioni pubbliche suscitate dall’articolo di Zola, e interviene in suo sostegno riaprendo la polemica con Drumont dalle colonne della rivista «Le Voltaire», il 20, 24 e 31 maggio, ed il 7 e 14 giugno, con cinque articoli che in seguito verranno raccolti in volume con il titolo Contre l’Antisémitisme. Histoire d’un polémique. Siamo alla prova generale del movimento dreyfusard e dell’impegno degli intellettuali.


Dunque Zola aveva già in altre occasioni abbandonato il suo ruolo di letterato per trasformarsi in intellettuale e, soprattutto, lo aveva fatto con una violenta polemica contro il movimento antisemita, accettando nella sostanza la denuncia di Lazare, il quale aveva individuato nei pregiudizî antisemiti la causa fondamentale dell’ingiusta condanna di Dreyfus. La recrudescenza del movimento antisemita viene avvertita da Lazare e Zola come un inquietante segnale di pericolo non solo per gli ebrei ma per le istituzioni repubblicane, in quanto contiene il progetto politico caldeggiato dalla destra nazionalista militarista e clericale di rovesciare la Terza Repubblica. Di fronte a questa minaccia che ogni giorno si fa più terrificante, Zola prova un crescente imbarazzo per i silenzi della politica e per una stampa che invita ogni mattina a far colazione “con un ebreo, il più grasso, il più florido che si possa trovare”. La condanna di Dreyfus ha reso visibile un’inquietudine ben più profonda che albergava nella società francese e, la mobilitazione di una larga schiera di scrittori in seguito alla pubblicazione del J’accuse, contribuisce oltre che a difendere la giustizia e la libertà di un singolo individuo, a risvegliare molte coscienze che, sferzate da Zola, da questo momento si impegnano direttamente nel campo dreyfusard in difesa dei valori repubblicani.
È noto come l’11 gennaio 1898, il maggiore Esterhazy, denunciato da Mathieu Dreyfus come il vero autore del bordereau e quindi come il vero traditore, venga processato e assolto. Per Zola la misura è colma, e il 13 gennaio pubblica sul quotidiano «L’Aurore» la lettera al Presidente Félix Faure che con una geniale intuizione giornalistica Clemenceau titola J’accuse. A questo punto, abbandonata ogni cautela dovuta soprattutto alla delicata situazione del vice presidente del Senato Scheurer-Kestner, Zola è un fiume in piena, e accusa direttamente tutti gli artefici del complotto di essere una banda di criminali.
Merito indiscutibile di Zola è quello di aver trasformato, con il suo J’accuse, un semplice caso giudiziario in un affaire politico, obbligando il campo politico, fino a quel momento piuttosto assente e silenzioso, a riclassificarsi. Come afferma Charle nel saggio “Letteratura e potere” (Sellerio): “Tuttavia, e sta qui l’origine dei problemi di interpretazione storica, non è la logica del campo politico (destra/sinistra) a trasformare il campo letterario, ma l’opposto: è il campo politico che è stato trasformato in funzione della logica del campo letterario. Sono i professionisti della politica (tutta la storia dell’affaire sta lì a dimostrarlo) che si sono riclassificati in funzione delle divisioni create dagli scrittori che hanno lanciato l’affaire”.
Anche per Léon Blum l’importanza del J’accuse risiede nel fatto che la notorietà di Zola amplifica la protesta degli intellettuali di avanguardia come Lazare, fino ad allora rimasti completamente isolati, e genera un vero e proprio capovolgimento o, se si preferisce, una rivoluzione: “Per i deryfusards, Zola, più che un eroe, era un alleato inatteso e inestimabile. Per gli avversari, era un meteco, un pervertito, un semidemente, un agente del Sindacato”.
Vincenzo Consolo ha evidenziato come il momentaneo passaggio dalla condizione di letterato a quella di intellettuale sia stata vissuta da Zola, e dagli scrittori che dalla pubblicazione del J’accuse lo hanno seguito nel movimento dreyfusard, innanzitutto come “un superiore dovere morale”. Una scelta sofferta, difficile e meditata a lungo che, se da un lato afferma la piena libertà dello scrittore, dall’altro ne conferma anche l’estrema solitudine e fragilità. Zola ha subito oltre che vili e pericolosi attacchi alla sua persona, un processo e la condanna ad un anno di prigione e al pagamento di una ammenda di 3.000 franchi, a dimostrazione che ampi settori della politica e della società non tollerano che lo scrittore esca dal suo ruolo esornativo di intrattenitore e di giullare in cui lo si vuole esiliare. Inoltre Consolo, peraltro facendo sua una tesi molto cara a R. Barthes, a proposito di Zola, parla di “una scrittura posseduta dalla storia”, cioè di una scrittura che non essendo più mediata dallo stile, si trasforma in una “scrittura militante”. Nella “scrittura militante” di Zola, e tutti gli articoli e opuscoli scritti sull’affaire Dreyfus lo dimostrano, libertà e giustizia sono due termini indissolubili: si espone in prima persona assumendo la difesa di Dreyfus perché è cosciente che la condanna di un innocente è una seria minaccia alla libertà di tutti e potrebbe rappresentare un colpo mortale per la Terza Repubblica. Recentemente, a ricordarci di questo rapporto permanente tra libertà e giustizia è stato Gustavo Zagrebelsky: “Giustizia e libertà, come esigenze esistenziali, mostrano così di implicarsi, di non potere fare a meno l’una dell’altra: non c’è giustizia senza libertà di perseguirla; non c’è libertà senza una giustizia che meriti di essere perseguita” (“La domanda di giustizia”, Einaudi).


Zola firma una delle più grandi requisitorie contro la ragione di stato che siano mai state pronunciate. Una denuncia che rimarrà nella storia, da un lato per la forza e il coraggio che esprime nel voler difendere i valori illuministi di giustizia e libertà e, dall’altro, per il richiamo al principio di responsabilità di artisti e scrittori che da quel momento percepiscono il loro ruolo all’interno della società in modo del tutto diverso: nasce l’intellettuale come categoria sociale. Una categoria che nel corso del Novecento acquisterà un peso sempre maggiore soprattutto nei momenti in cui la sua protesta riuscirà a saldarsi con la politica. Jean Jaurès, leader dei socialisti francesi, racconta che Guesde in una riunione affermò: «La lettera di Zola è il più grande atto rivoluzionario del secolo».

Massimo Sestili, Settembre 2007

Articolo pubblicato su Nuova Secondaria n. 5 15 gennaio 2008 Anno XXIII

Nessun commento: